|
L’Arena nel MedioevoINTRODUZIONE E’ sul colle di S. Pietro che inizia a formarsi Verona, e cresce poi, con il passare degli anni nell’ansa dell’Adige, poiché il fiume fa da barriera, rendendo molto difficili eventuali attacchi di nemici dall’ esterno. Tutto ciò che riguarda le strutture urbanistiche e la costruzione dei vari monumenti giunge a compimento nel periodo che va dal I secolo a.C. all’età Tiberiana, che prende il nome dall’imperatore Giulio Cesare Tiberio con il quale nel 14 d.C. ha inizio la dinastia Giulio Claudia. L’Arena è completamente sostenuta da muraglie che partono da una ellisse centrale e sono collegate fra loro da volte a botte che s’innalzano sorreggendo le gradinate. In età repubblicana vengono emanate leggi che riservano le prime gradinate all’ordine senatorio; più tardi, altri settori, subito retrostanti, sono destinati all’ordine equestre; la parte più alta e ampia e più lontana dalla scena è lasciata al popolo. Ci sono poi posti per i sacerdoti, gli ambasciatori, gli ospiti stranieri e per i ragazzi. Non mancano distinzioni nelle distinzioni: ad esempio, gli scapoli siedono in un settore più alto rispetto agli ammogliati e solamente nell’età repubblicana le donne sole possono sedere insieme agli uomini. Il lavoro di costruzione fu finanziato, oltre che dal magistrato locale, anche e soprattutto, dai membri dell’ aristocrazia di Verona che, per non inimicarsi il popolo, usarono ancora una volta la vecchia formula “panem et circenses”; furono dunque ancora essi a finanziare i giochi che si svolgevano entro la cornice marmorea dell’anfiteatro. Con la caduta dell’Impero Romano però per l’Arena non è più tempo di spettacoli e il monumento viene abbandonato a se stesso, perendo prima, e più gravemente, per l’incuria locale più che per le offese dei barbari; anzi probabilmente si deve a Teodorico il primo rozzo, tentativo di restauro dell’ Anfiteatro.
L’EVO MEDIO:
TRA LEGGENDA , GIUDIZI DI DIO E TORNEAMENTI - la casa di Teodorico - Secondo l’Anonimo Valesiano Teodorico costruì a Verona un edificio termale, il palazzo ed un portico, restaurò l’acquedotto e cinse la citta di nuove mura . E’ probabile dunque che si sia occupato anche dell’Arena; ciò spiegherebbe infatti, almeno in parte, una delle leggende sorte in questo periodo attorno al monumento che lo indica come la “Casa di Teodorico, ove egli stesso abitò e dove sconfisse ed uccise molti giganti che combatterono contro di lui”. - Il diabolico labirinto - Nemmeno il nome di Pipino, figlio di Carlo Magno e re dei Franchi, che nel 774 stabilì la capitale del suo regno a Verona, è in qualche modo legato al nome dell’Arena che nel “Ritmo”, composto sotto il suo regno (probabilmente prima del 806) , viene indicata come: “Altum Labyrinthum, magnum per circuitum , in quo nescius egressius nunquem valet egredi. Nisi cum igne lucernae, vel cum fili glomere” (Un Alto Labirinto, ampio per giro, dal quale nessuno uscirà se non sa la strada, o non ha con se filo o lampada). E ancora nel 1477 Francesco da Soncino, un fabbro-poeta popolare immigrato a Verona, dice dell’Arena nel suo “Fioretto”: “Egli è da capo di questo murone (le mura di Gallieno n.d.r.) / un laberinto de tanta grandezza / che stupefatte fa star le persone; / largo e rotondo e de superba alteza, / edificata con tanta rasone, / che pochi pon comprender sua fateza /”. L’immagine del Labirinto è presente anche nel poemetto “De laudibus Veronae” di Panfilo Sasso, pubblicato a Brescia nel 1499. Altra leggenda può essere tratta dalle cronache di Pier Zagata (del XV secolo) che a sua volta riporta quanto scrisse Siccardo Vescovo di Cremona. Si narra cioè che tra i fuggiaschi di Troia che sbarcarono in Italia “el venne una donna chiamata Madonna Verona, et ella vedendo il paese esser bello, et acconzo per ella, si è edificato il Labirinto, che si chiama la Rena. Si che per quello edificio andò poi crescendo la Città e per ella fu chiamata Verona”. Il concetto del labirinto è strettamente legato alla figura del Diavolo, che un'altra voce popolare riconosceva come autore dell’ anfiteatro, ma probabilmente nasce anche dal fatto che i crolli avevano reso ormai irriconoscibile, la sua lucida struttura interna. Del X sec. d.C. è invece la prima immagine raffigurante il monumento veronese, o comunque la più antica da noi conosciuta. Fa parte della così detta “Iconografia Rateriana” da Raterio che in quel periodo era vescovo di Verona, ma non rappresenta l’Arena del X secolo bensì una probabile ricostruzione della sua originaria struttura, a quattro ordini di archi sormontati da un loggiato. L’immagine è accompagnata da questi versetti : “Nobile, praecipum, memorabile, grande Theatrum / Ad decus extructum Sacra Verona tuum” (Nobile , raro , augusto e gran Teatro / per il tuo splendore , sacra Verona eretto). Ma in questo secolo cominciano anche le invasioni degli Ungari, da cui Verona sembra essersi salvata proprio grazie a quel baluardo difensivo più elevato delle mura, che era l’Anfiteatro romano, rinforzato dagli interventi di Berengario I re d’Italia. Fra l’XI e il XII secolo l’Arena ritorna a riempirsi di pubblico: gli spettacoli che questa volta propone sono, a parte i rari casi di tornei cavallereschi, che prenderanno piede solo più tardi ( e dai quali sono senza dubbio da escludere quelli attribuiti a Lancillotto e a leggendari cavalieri di questo tipo), vere e proprie “esibizioni di giustizia” passate alla storia con i nomi di:
- “Duelli giudiziali” e “Giudizi di Dio” - La forma di processo con cui furono condannati i santi Fermo e Rustico era adottata anche dai Longobardi. Ancora più irrazionale, e legato alla superstizione, era il Giudizio di Dio: l’accusato, per dimostrare la propria innocenza, doveva superare prove come: estrarre un oggetto da una caldaia d’acqua bollente o portare, per un tratto, a mani nude, un ferro rovente. A questo tipo di prove si affidavano più spesso i chierici, che pure erano tenuti ad osservare le leggi dei longobardi. Un documento datato 837 d.C. e conservato nella biblioteca comunale di Verona, descrive un “Judicium Crucis”, un Giudizio di Dio che si tenne però nella chiesetta di San Giovanni Battista, vicino al Duomo. E’ sempre il Maffei, nell’ ultimo volume della sua “Verona Illustrata”, a darci notizie precise riguardo l’utilizzo dell’Arena a tali fini, affermando che, in questo periodo, l’anfiteatro veronese “servì di campo a Duelli Giudiziali, o sia ordinati dal giudice, in quei secoli, quando secondo le leggi Longobarde e l’Istituto delle nazioni settentrionali molte liti si decidevano per Duello. A continuare a Verona più che in altre parti si fatto costume, diede fomento senza dubbio il comodo dell’anfiteatro”. Il racconto continua poi riportando la notizia che: “A tempo di Innocenzo III fu dal Podestà intimato personal Duello a un Chierico che aveva ucciso un Arciprete. Come si vede da un epistola di quel Pontefice al Vescovo nostro e Cardinale Aleardo” . Il chierico dovette affrontare un soldato e l’esito dello scontro fu che il primo “ebbe rotta la testa”. In un altro documento, che lo scrittore sostiene custodire nell’archivio domestico ed essere stato redatto nel 1300, si affermerebbe che nel 1263 “certi per cognome Visconti, per via di esami e testimonj, dell’esser essi e gli avi loro stati in possesso da più di cent’anni addietro […] dell’– introitum et honorem Arenae occasione pugnarum iudicatarum, quae fun in ipsa Arena –” e cioè dell’ “introito et onore dell’Arena per occasione delle pugne giudicate, che si fanno nell’Arena stessa”. Ancora secondo questo documento “per ogni battaglia giudicata fatta in Teatro avevan costoro sempre rascosso venticinque lire di moneta Veronese”. E alcuni testimoniano che: “Per custodir battaglia, gli avevan veduti più volte andare al Teatro con uomini armati – ire ad Teatrum pro custudiendo battaiam cum hominibus armatis –” .
- Tornei e Roghi - Cessato il governo dei Franchi, che era subentrato a quello dei Longobardi, Verona, nel 886, cade nelle mani di Berengario duca del Friuli che, il 20 maggio 895, emana un decreto, passato alla storia appunto come il decreto di Berengario, in cui si dispone che l’Arena e il Teatro vengano demoliti per adoperarne le pietre nelle fabbriche cittadine. Comincia così un altro lungo periodo di silenzio nella storia dell’Arena come contenitore di spettacoli. Il XII secolo fu forse quello che più arrecò danni al monumento. L’Arena, che proprio in questo periodo abbandona la sua funzione di fortezza difensiva in seguito alla costruzione di una nuova e più larga cinta muraria, viene colpita da tre scosse sismiche (nel 1116, nel 1117 e nel 1183) che danneggiano in maniera irreversibile il circuito esterno di archi, mentre l’incendio del 1172, che devastò Verona, forse non toccò l’Arena , ma le sue pietre furono utilizzate per la ricostruzione della città. Sembra, come rivelano alcune voci di popolo, e come riportano le “Antichità veronesi” pubblicate nel 1540 da Gabriele Saraina e illustrate da Giovanni Caroto, che la scossa del 1223 colpì l’edificio mentre era pieno di folla per un “Torneamento”. Nel natale di quell’anno, secondo il racconto, il popolo era stato avvisato che in Arena si sarebbe tenuto un spettacolo straordinario. Era appena dopo pranzo, l’Anfiteatro era gremito di folla, i giochi del torneo e la gara fervevano tra i giovani cavalieri, alla presenza dei magistrati e dei più importanti cittadini;
all'improvviso, mentre il sole volgeva al tramonto, un rumore sordo un tremito, uno sconvolgimento mette il panico negli spettatori, che nella più grande confusione, si danno alla fuga: era il terremoto. I massi dell’Arena cominciarono a disconnettersi, i frontoni e le cornici a cadere, soprattutto nelle parti più alte. Per un “torneamento”, l’anfiteatro, fu sicuramente utilizzato nel maggio del 1253, in occasione del matrimonio di Ezzelino da Romano con Selvaggia, figlia di Federico II (anche il Campo Marzio, l’odierna piazza Bra, fu interessato dai festeggiamenti e ivi vi si distribuirono gratuitamente, per alcuni giorni, cibo e vino al popolo) e forse ancor prima, nel giugno del 1245, l’Arena fu utilizzata per accogliere, insieme allo stesso Imperatore, altri potentati e teste coronate tra cui: il duca d’Austria, il Vescovo Brandeburgo, l’Imperatore di Costantinopoli e il duca di Savoia. L’invenzione delle giostre e dei tornei va attribuita ai Mori, accettate poi dagli spagnoli, vennero accolte più tardi anche in Francia ed in Italia, ma l’uso crebbe soprattutto quando Carlo d’Angiò scese in Italia e ne diffuse la passione. La solennità dei matrimoni principeschi, i natalizi o la nascita di un erede ne davano frequenti occasioni. L’araldo, a cui sovente facevano seguito due dame, cavalcava di castello in castello recando inviti e cartelli di sfida. Chi voleva entrare nella lizza appendeva lo scudo alla loggia del castello, o del luogo in cui si teneva la sfida, e doveva legittimare la propria nobiltà, e veniva escluso se aveva mancato ai “doveri dell’onore” o se qualche dama avesse toccato il suo scudo; questo era il segnale che il cavaliere aveva un torto verso quella dama e doveva “purgarlo” chiedendole scusa, altrimenti non sarebbe stato ammesso. I cavalieri, per lo più, combattevano infatti per la loro dama, ed essa consegnava loro o una trina, od una treccia di capelli, o un monile che era pronta a sostituire con un nuovo dono nel caso il favorito avesse perso il precedente nella foga della battaglia. Solitamente i contendenti attendevano fuori dalle mura della città sotto ampie e ricchissime tende, con una corte di paggi, servi, giullari e menestrelli. Una volta scelti e disposti i marescialli di campo gli araldi, a voce alta, rammentavano le leggi della cavalleria come: “Non ferir di punta ma di taglio, non combatter fuori di schiera, non mirare al cavallo sibbene all’avversario, portare i colpi al viso o tra i quattro membri cioè al piastrone, non ferire il cavaliere che avesse alzato la visiera, non unirsi in più contro uno solo…” e simili. Le dame sceglievano il giudice di pace, e le quadriglie entravano in lizza e proclamavano il nome del proprio campione, a meno che questo non avesse voluto rimanere ignoto, nel qual caso il nome veniva confidato solamente ai giudici. La giostra aveva così inizio e gli schieramenti correvano uno contro l'altro per darsi battaglia nel mezzo. Era dichiarato nullo e triste il colpo portato alla gamba o al braccio dell'avversario, villano chi feriva il cavallo. Gli araldi si frapponevano con le loro mazze tra i contendenti in caso fosse sorta qualche disputa e a loro toccava il compito di arbitri e paceri. Purtroppo non ci rimangono testimonianze dirette di questo particolare tipo di spettacoli. La prima notizia in tal senso ci proviene da un documento redatto da un certo Giacomo Medico, che descrive la giostra tenutasi il 24 maggio 942 nell’Arena per celebrare le nozze di Panfila, figliola di Galeotto de Sacchi e sposa di Galeotto Nogarola: “Si fece nell’anfiteatro una solenne giostra della quale furono giudici di campo i principi di Padova, di Ferrara, di Ravenna e di Mantova intervenuti con i Carrocci delle rispettive città. I competitori furono numerosi (si citano anche tutti i nomi n.d.r.) ed avevano un seguito fastoso. Oltre ad un gran numero di musici, vi erano 494 trombettieri. Rimasero vincitori Cesare de Pavoni e Aleardo degli Aleardi. Però sorse una questione perché mentre il primo aveva rotto due scudi in più
dell’altro, gli venne assegnato il palio verde che era destinato al secondo vincitore assegnando all’Aleardi il palio cremisi d’oro, di maggior pregio che era destinato al primo vincitore”. Per avere relazioni precise, e attendibili, sulle giostre in Arena si deve attendere il 1600 quando verranno riproposte secondo il gusto barocco. Ma un idea abbastanza precisa si può ricavare dalla rievocazione della Disfida di Barletta organizzata in Arena per il 23 marzo 1924, e poi posticipata alla domenica successiva per la compresenza a Verona, quella domenica, della Coppa Verona e della corsa delle Torricelle per auto e moto a cui partecipa pure Tazio Nuvolari.
Così narra l’episodio il cronista del giornale cittadino: “Tredici cavalieri italiani contro tredici cavalieri francesi: Ettore Fieramosca contro Guy de La Motte, Fanfulla da Lodi contro Martellin de Lambris, Brancaleone contro Graiano d’Asti, Romanello da Forlì contro Giraut de Forses, Ettore Giovenale, romano, contro Charles de Tourges, Marco Carellario, napoletano, contro Marc de Frignes, Guglielmo Albimonte, siciliano, contro Pierre de Liaye, Miale da Troja contro Eliot de Baraut, Riccio da Parma contro Jacques de la Fontaine, Francesco Salamone, siciliano, contro Jean de Landes, Ludovico Animale da Terni contro Sacet de Jacet, Mariano da Sarni contro Jacques de Guignes, Giovanni Capoccio, romano, contro Naute de la Fraise.” Morto Ezzelino, che aveva governato la città dal 1236 al 1259, Verona diventa dominio degli Scaligeri e, per sottolineare questo passaggio, fu scelta ancora una volta l’Arena e, ivi, il 13 Febbraio del 1278, furono arsi sul rogo centosessanta eretici patarini caduti nelle mani di Alberto della Scala che, con questa azione, ottenne dal Papa il Castello d’Illasi. Ecco come si svolsero i fatti secondo la descrizione fattaci da Tullio Lenotti nel suo “Arena di Verona”:
“…Non si può tacere lo spettacolo triste ed impressionante che offrì l’Arena il 13 febbraio 1278. Nel secolo XIII l’eresia era molto diffusa, ed anche in Verona gli eretici erano abbastanza numerosi. Ma dove l’eresia ebbe maggiormente presa fu a Sirmione sul lago di Garda; colà nel 1273 trovasi persino un vescovo degli eretici di nome Bernardo Olbia. Il primo rogo di cui si ha concreta notizia risale però al 1233 e durò tre giorni. L’Arena però, come abbiam potuto vedere, fu per lo più usata in questi secoli, per le esecuzioni capitali, religiose, come quelle appena descritte, o politiche. Il nome di Alberto della Scala è legato anche ad una delibera che impediva a chiunque di entrare, “per compiere turpitudini” nell’Anfiteatro e ordinava il confino, negli arcovoli di esso, delle meretrici e delle ruffiane. Probabilmente gli arcovoli erano già da tempo utilizzati come abitazione, ma questa nuova sistemazione garantiva una riscossione più sicura degli affitti da parte degli Scaligeri.
- Il Castello dell’Amore - La cavea dell’Arena venne riaperta, per ben 25 giorni, in occasione dei festeggiamenti per le nozze di Antonio della Scala con Sammaritana da Polenta. Il signore di Verona voleva stordire con i banchetti la cittadinanza e distrarla dal fratricidio da lui commesso l’anno prima. Lo spettacolo che vi si tenne aveva nome : “Il Castello dell’Amore”, e così venne descritto da un certo Girolamo Dalla Corte presente all’evento: “Fra gli altri spettacoli, che questi giovani fecero, questo fecero nell’Arena, che fu molto vago e dilettevole da riguardare, avegnachè fosse quasi per aver fin mesto e doloroso. Fu fatto un castello, il quale aveva le mura di finissimi panni di seta, e di gran prezzo, alla guardia del quale erano poste alcune nobilissime giovani tutte armate, ma invece di elmi avevano corone d’oro, ed in luogo di corazze avevano collane e manigli; Altrettanti giovani di nobiltà e di età uguali diedero l’assalto al Castello, l’armi con le quali si combatteva, erano fiori e frutti di varie sorti, fatti di zucchero con gran maestria; talora si gettavano anche diverse acque odorifere. Ora mentre da tutte le parti con armi così piacevoli si combatte, eccoti una squadra di Vicentini, cacciatasi innanzi più animosamente degli altri presero una porta, e con liete grida portarono, e piantarono nella più alta parte del Castello il loro stendardo; la qual cosa udita, e veduta da Veronesi, Mantovani, e Padovani, arsero di tanto sdegno, che lasciato il combattere, cominciarono a svillaneggiare ed oltraggiare con parole ingiuriose; e perché quelli animosamente risposero loro, si riscaldarono talmente gli animi dall’una parte e dall’altra, che senza dubbio si sarebbe venuti alle mani, se il Signor Antonio e molti altri signori non si fossero interposti, e gli avessero, parte con amorevoli parte con aspre parole, acquetati”. Ormai siamo nel 1382 e il Rinascimento, come denuncia questo spettacolo, è alle porte. Gli Scaligeri cadono nel 1387 con la fuga da Verona, nella notte tra il 18 e il 19 ottobre, proprio di Antonio della Scala; la città passa ai Visconti che costruiscono Castel S. Felice utilizzando, in gran parte, le pietre dell’Arena che intanto, Mastino II, vessato dai debiti della guerra contro la lega antiscaligera, costituita da Venezia, Firenze, Ferrara, Milano e Mantova, aveva ceduto, d’accordo con il Comune e con clausola di riscatto, ad un Consorzio di Creditori.
Tratto da: “l’Arena come luogo deputato agli spettacoli dal I sec. d. C. al 1913”
© 2011 Ordine delle Lame Scaligere Tutto il materiale presente in questo sito è proprietà dell'Ordine delle Lame Scaligere Presidente: Fabio Scolari - Sede: via G. Pascoli, 10 - 37026 Pescantina (VR) - Tel. 338.41.82.885
|