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Artemide Malaghigna
Per quanto malata la situazione familiare, Artemide non manca di allacciare un affettuoso rapporto con il fratello, mercante come il padre, continuamente in viaggio sulle vie dell’Oriente. È quest’ultimo ad insegnare alla ragazza le poche cose che nella vita ha imparato, come leggere, fare i conti più semplici e parlare la lingua dell’imperatore, il tedesco. All’età di sedici anni, lo spirito della giovane comincia a farsi ribelle, troppo stretto nelle mura domestiche. I genitori decisero dunque, dopo aver scartato l’idea della clausura che sarebbe significata una dote per le monache, di mandare la figlia a lavorare da serva presso un Dottore che abitava poco distante e di origini padovane. Passarono gli anni, la sicurezza di un pasto e di un posto dove dormire dissuadevano continuamente la giovane dall’idea di fuggire. L’ultimo giorno della sua vita da serva fu segnato da una violenta scorribanda. Aveva poco più di vent’anni quando un manipolo di guerrieri fece irruzione nella casa del padovano, uccidendolo e mettendo a soqquadro i mobili alla ricerca di documenti. Non si curarono di Artemide, così come lei non si preoccupò più del necessario di loro. Le scorribande erano normali in una zona di confine come la loro e quando i soldati erano impegnati in missione, come lo erano in quel momento, difficilmente badavano ad altro. Quando poi se ne furono andati, fu tempo di tirare un sospiro di sollievo: era finalmente libera, poteva dedicarsi a sé stessa come meglio le gradiva. Decise quindi di ricongiungersi al fratello, l’unico partente di cui le interessasse qualcosa. Vagò sperduta nella foresta per qualche ora, quando s’imbatté nell’accampamento dei mercenari che poco prima avevano razziato la casa del Dottore. Nascosta fra i cespugli li osservò meglio, incuriosita e fu allora che si accorse della loro provenienza: lo stemma sulle casacche non ingannava, una scala, a simboleggiare la scaligera Verona. Artemide soppesò a fondo la situazione: realizzò quanto fosse improponibile la sua idea di viaggiare per terre sconosciute e per di più da sola, mentre con quel manipolo avrebbe ricevuto protezione. Inoltre ricordò da vecchi discorsi come la corte dei signori di Verona intrattenesse rapporti con l’Oriente. Si introdusse così nell’accampamento, presentandosi al capitano come tuttofare, disposta a compiere ogni tipo di mansione con il massimo impegno. E in fondo è risaputo: quando molti uomini viaggiano insieme, una donna in più fa sempre comodo. Nell’Ordine delle Lame Scaligere fu soprannominata “Malaghigna”, per il sorriso accennato che le affiorava sul viso quando si accingeva a truffare qualcuno, approfittando della propria astuzia e del buon uso che faceva del suo cattivo latino, che era il modo migliore per convincere i villici con cui trattava dell’assoluta fondatezza delle sue argomentazioni.
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