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Carlo della Guerra

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Carlo della Guerra, conte di Pocelengo, nacque nella primavera dell’ anno di grazia 1320.

La sua fu una famiglia di nobili origini: suo padre Guido Carlo della Guerra era un lontano discendente di quel famoso conte Guido Guerra VI, di origine toscana, citato nel canto XVI della Divina Commedia.*

Purtroppo il tempo, le guerre e una serie di sfortunati eventi avevano sprofondato il ramo lombardo della famiglia Guerra ai ranghi più bassi della nobiltà.

Al contrario del nobile progenitore, Carlo fu un piccolo aristocratico di campagna, che passò da una corte all’altra in cerca di favori e fortuna.

Essendo primogenito maschio, Carlo era destinato a portare avanti il buon nome della schiatta, a questo scopo era stato allevato secondo i canoni cavallereschi dell’epoca, apprendendo l’arte della sgrimia e del tiro con l’arco.

Rimasto orfano del padre, brutalmente assassinato in un agguato da una banda di briganti durante una battuta di caccia, Carlo fu allevato dalla madre, Marisilde dei Vischioni, una donna la cui estrema austerità nascondeva una vago “odor di zolfo”.

Dato che il rampollo non sapeva né leggere né scrivere, per volere della madre era entrato all’Abbazia di San Biagio, un monastero lombardo dove viveva il suo fratellastro più giovane, Alberico, figlio bastardo del conte.

Lungi dal voler prendere i voti, dopo un anno lasciò il suo maestro, e lo studio dei Sacri Testi per dedicarsi a ciò che gli piaceva di più: le belle donne e il giuoco d’azzardo.

Visse per alcuni anni nel castello di Pocelengo sollazzandosi con giovani servotte accondiscendenti, sperperando il denaro e disseminando il contado di bastardi.

Ma ben presto la vita spensierata di Carlo finì.

La peste si prese la vita della madre e di metà della popolazione della sua terra.

Non essendoci più villici che coltivavano i campi e giovani mogli alle quali far compagnia, Carlo, nobile, ma più povero di un qualsiasi mercante veneziano, decise di lasciarsi alle spalle il tetro maniero di Pocelengo, pieno di tristi ricordi, e di avventurarsi nel cuore del ducato dei Visconti dove si guadagnò il pane come scudiero di un signore locale fedelissimo a Barnabò Visconti.

Nell’autunno del 1347 Carlo incontrò personalmente Barnabò Visconti il quale era costretto all’ esilio a causa di suo zio Luchino.

La compagnia del Visconti non fece altro che far emergere il lato più lussurioso e sacrilego di Carlo che assecondò molte volte le scorribande violente del suo nuovo protettore.

In breve Carlo si guadagnò la stima e la fiducia di Barnabò, e quando questi potè far ritorno a Milano nel 1349, Carlo tornò al suo seguito.

Nel 1350 Barnabò prese in moglie la figlia di Mastino II della Scala e Carlo fu uno degli uomini della delegazione viscontea inviata a Verona per scortare incolume la giovane Beatrice della Scala (chiamata anche Regina) fino a Mediolano.

Alla corte di Mastino II della Scala Carlo conobbe Madonna Paola Toso, figlia di un ricco mercante veronese.

Purtroppo la fanciulla era già promessa ad un decrepito signorotto locale e Carlo non potè chiedere la mano della dama.

Di lui si sa che prese parte alla battaglia di Casorate nel 1356 combattendo per la fazione viscontea, ma per ragioni ancora ignote pochi mesi più tardi Barnabò, per toglierselo di torno, lo inviò nuovamente a Verona con una missione diplomatica.

Si mormora che Carlo fosse coinvolto in una congiura contro il Visconti, ed anche se non esistevano le prove di questo tradimento, il solo dubbio fu sufficiente a far scatenare l’astio di Barnabò.

Di quel che accadde alla corte di Cansignorio della Scala ci è noto ben poco.

Alcuni cronisti del tempo parlano di una masnada di uomini, un pugno di mercenari ai quali Carlo si unì per soddisfare la sua sete di denaro e di vendetta.

 


*(Guido VI, nipote di Guido il Vecchio e Gualdrada Berti, era nato intorno al 1220 a Firenze, le cronache fiorentine già lo proponevano come esempio di virtù e buoni costumi del tempo andato. Dopo un periodo trascorso alla corte di Federico II, divenne uno dei più prestigiosi sostenitori della parte guelfa fiorentina. Dopo la disfatta di Montaperti nel 1260, fu costretto all'esilio, ma continuò a lavorare per la parte guelfa e si distinse nella battaglia di Benevento nel 1266)

INFERNO - Canto XVI

Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi: 36
nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada. 39