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Romualdo de Bon Colle, ovvero "Scaldaletti"
Racconta di meravigliosi viaggi in cui ha conosciuto esseri impensabili, mangiato cibi paradisiaci, catturato bestie ferocissime e ha ritrovato importanti reliquie disperse da secoli. Narra di cruente guerre e di atti eroici, ricorda persino di quella volta che disperso nel deserto fu testimone della battaglia eterna che ha luogo una volta ogni secolo tra le schiere angeliche guidate dall'Arcangelo Michele e i mille demoni comandati da Lucifero. Scaldaletti è il nomignolo che gli viene affibbiato in questo luogo, ma ne conta molti altri, eppure lo nome suo parrebbe essere Romualdo de Bon Colle, ma neppure questo è certo. Perchè lui stesso non sa quando racconta di sè o racconta di quello che gli hanno raccontato. Son qui assai presto e lo local non risuona del cianciar dei molti ospiti, delli gridi per ancora vino o ancora una porzione di bon verro salvego, odesi solamente lo passar di straccio della sorella del Fosco, alla qual deo ammetter già ve feci qualke pensiero dallo dì ke pria la vidi. Ma poi assai fui distratto e de altre madonne godetti la presenza. Lo nome mio è Gio Batta della Quercia... No quello era il nome dello amico mio, ero assai giovine al tempo e lo nobile padre mio me facea studiar di lettere e di latino, de diritto e di scrimia. Ma con Gio Batta, me ne fuggivo dalle lezioni de lo maestro Iacopo per correr sullo fiume ghiacciato nello 'nverno e scivolar assai, fino a ke le mani non venian rosse dentro li guanti e le gambe parean delle pietre, e nell'estate si correva per li campi a cercar li persichi più dolci e se giocava a colpir le vacke co' la frombola. Lo ritorno era sempre lo medesimo con lo padre mio ke de bastonate facea gran dono e me ripetea de metter su senno ke un uno giorno avaria governato le terre di Bon Colle. Et, ohilmè qual sventura, uno giorno de lontano vidi qulla bestia ke ognuno sogna de acchiappar, lo unicorno. De maestade sembravasi ammantato, era si bianco ke la neve parea carbone si vi fosse posta vicino, lo corno brillava de mille colori e parea si puntuto a affilato ke spada non saria mai e si bello e lucente ke una stella parea discesa sulla fronte sua. Non fu altro pensiero ke de por mano su si fatato animale ke ne manco uno momento passò ke mi trovai sanza fiato a correr sull'orme di tal prodigio. Tanto corsi e tanto arrancai dietro esso ke non pochi soli tramontarono e levarono e tal fiackezza mi colse ke caddi stravolto in un sonno di moltissimi e confusi sogni. Ecco ke l'ostaria s'affolla e più e più omeni vi s'assettano, qualcuno me saluda, per lo più ki m'ha vinto ai dadi le sere or sono, altri me inviano uno cenno per far saper ke son giunti e altri me guardan de traverso ke le mogli sue credon state siano in mea compagnia, cosa di cui io ho certezza e loro non ancora, ma tengo li ferro ben affilati. Non v'è alcuno ke non me noma Scaldaletti, alcuni omeni tuttora illusi credon sia solo uno nome, le femmine sanno ke l'è vero. Un altro sorso de vino e la zenzero e cannello si mesciano in bocca al ricordo dello sapore della sabbia ke molta ne ingoiai pria de giunger alla Città Santa. Quivi la trovai divisa e in guerra tra li cristiani e li mori. Io riparai in uno de li grandi monasteri ke ve l'attorniano e fui ospite dello abate Nonmiblasmate Sivoipiace. Ello di grandi onori me fece onor e mostrommi assai de le reliquie ce in barba alli 'nfedeli avea salvato dalla cittade, e gran mostra me fece delle due teste di San Giovanni Battista una de quando ancora giovinetto de poco avea passato le dodici estati, dodici como gli apostoli, mentre l'altra era quella ke lo Antipa Erode fece divsa dallo collo suo, dippoi mostrommi più ampolle con lo suono delle campane del Tempio Re Salomone, una con alquanti delli Rai della Cometa, mostrommi un dente della croce, la mascella della morte di San Lazzaro, una delle chiavi di San Pietro, ben tre piume dello arcangelo Gabriello et infine tre dita dello Santo Spirito ke como se dice tre è lo numero perfettissimo. Non erano molti giorni ch'io era ospite dell'abate ke uno gruppo de mori entro nello monastero e gran carneficina ne fece,io cercaa de salvar quanti più omeni potes e credo ke alcuno gratia me deva ancora per aver salva la vita. Eppur fuine preso e fatto prigioniero ma assai mane tagliai ke non v'era uomo ke me potesse legar per trascinarme via, così vel segui per le molte punte de spada ke me stavano appresso.
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