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Il Santo GraalFin dai decenni successivi alla morte e risurrezione di Gesù molti fedeli cristiani si sforzarono di recuperare, traslare e conservare reliquie che potevano ricordarne la vita e gli insegnamenti. Nel giro di pochi secoli reliquie di ogni tipo, vere o false che fossero, divennero oggetto di culto tra i credenti. Quindi vennero associate a identità e potere, come se chi le possedesse fosse in qualche modo benedetto da Dio e in virtù di esse dovesse essere riconosciuto, temuto e rispettato al di sopra di ogni altro. Agli inizi, molto spesso, le reliquie appartenevano ad una chiesa, un monastero, una comunità cristiana, ma con il passare del tempo la percezione del loro potere comincio’ ad invogliare anche singoli individui ad entrarne in possesso.
Questo portò a veri e propri traffici che continuarono fino al Basso Evo, raggiungendo il loro picco durante l’epoca delle Crociate, quando molta gente (pellegrini e guerrieri), di ritorno dai saccheggi di Gerusalemme, spacciava come reliquie ogni sorta di osso, pietra, croce che fosse riuscita a recupare nei posti dove era vissuto ed aveva insegnato Gesù. Il cosiddetto Sacro Graal sarebbe dovuto essere, secondo le credenze in voga nel primo millennio, il calice da cui Gesù e gli altri apostoli avevano bevuto nella loro ultima cena, cioè prima che Gesù fosse arrestato. Per secoli si credette che possedere quel calice e bere da esso (anche se non è mai stato chiaro se s’intendesse riempito di vino o del sangue di Gesù) avrebbe conferito nutrimento senza limiti e vita eterna. Poiché la gente spesso fatica a capire i significati dei riti ed è più incline a capire (e quindi a credere) le cose solo quando le vede con i propri occhi, ecco che l’idea che quel calice esistesse ancora e potesse essere ritrovato si sparse velocemente e diede origine ad ogni sorta di fantasia. Ecco dunque arrivare alle orecchie del poeta francese Chretien de Troyes, verso la fine del XII secolo, la storia che il più famoso dei calici mai possibili fosse stato rinvenuto in Galles molti secoli prima dai cavalieri di un certo Artù, re locale molto amato per il suo senso di giustizia e molto temuto per il suo coraggio, e le cui gesta erano state rinarrate da un certo Geoffrey di Monmouth mezzo secolo prima. Il mito del Sacro Graal non solo consentiva di credere che tutto ciò che era stato testimoniato dai primi testimoni che erano vissuti al tempo di Gesù ( San Paolo, San Marco, San Luca per esempio) fosse autentico ma anche che ci fossero uomini forti e valorosi, disposti a dare la propria vita pur di difendere quelle testimonianze. Inutile dire che in tempi in cui l ’Islamismo era diventata una minaccia mortale per l’Europa e le immagini di quelle facce nere, brutte, sporche e cattive, narrate ed esagerate dai sopravvissuti dei massacri sulle coste mediterranee, popolavano gli incubi di donne, vecchi e bambini, l’idea di questi cavalieri puri e bianchi (come la pelle dei membri del loro popolo) che potevano proteggerli per sempre era una fonte di rassicurazione indispensabile. E al tempo stesso, per coloro che potevano beneficiarne, tra aristocratici e ricchi clerici, una formidabile legittimazione politica. Non sappiamo se Chretien de Troyes si fosse entuasiasmato per la storia di Geoffrey su quel tale Artù perché ricca di ingredienti romantici e poetici, come era di moda nella letteratura di corte di allora, o perché effettivamente potesse servire anche a dar forza alla legittimazione politica di una classe aritocratica che ormai cominciava a vedere l’inizio della propria fine, sempre più minacciata dall’espandersi dei poteri municipali e dalla crescita della borghesia cittadina. Così, nei secoli successivi, la storia di Chretien (lasciata incompiuta nel 1191 quando l’autore morì) fu ripresa da molti altri, come il francese Robert di Boron che nel XIII secolo vi specificò il ruolo di Giuseppe di Arimathea, per arrivare alla versione finale di Wolfram von Eschenbach, autore del maestoso Parsifal. Ormai completamente avulso dal significato originale, cioè quello di una reliquia che testimoniasse la prima eucarestia e la garanzia che Gesù avrebbe donato eternità a chi avesse avuto il coraggio di condividere il dolore umano con lui (“bere dallo stesso sangue” si recita ancora oggi nella messa), il mito del Sacro Graal fin' per diventare oggetto dei deliri di grandezza di Adolf Hitler ed altri associati che presero ad intitolare le più spaventose operazioni belliche con i nomi dei suoi protagonisti. Poi, dopo decenni di pace e riflessione, ecco ritornare questa affascinante storia di nuovo attraverso il suo veicolo più consono ed appropriato, quello della letteratura fantastica. C’è indubbiamente molto della metafora apostolica del Sacro Graal nell’affannosa ricerca della purezza attraverso la condivisione del dolore tra membri della Compagnia dell’Anello di J.R. Tolkien. Eccovi Frodo, novello Parsifal, superare eroicamente le prove più estenuanti allo scopo di distruggere l’oggetto della Discordia e salvare i popoli buoni dal Male. E c’è moltissimo della originale saga arturiana in quasi tutti i romanzi di fantasy. Forse a testimoniare che la purezza spirituale è un qualcosa che non si smette mai di cercare e la cui ricerca può portare a risultati brillanti tanto quanto alla follia diabolica, come nelle rielaborazioni perverse del Codice da Vinci, a seconda di come e in compagnia di chi si voglia veramente bere da quel calice.
FONTI:
Ricerca a cura di Sara Dalla Valle
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